Faccio outing.

                                                      Je suis Marxiste, tendance Groucho.
(Sono Marxista, tendenza Groucho).

La scritta apparve su un muro di Parigi nel 1968 e la trovo meravigliosamente dissacrante, come tale tutta salute. Non c’è nulla di più pericoloso, infatti, che la comune malattia del prendersi troppo sul serio: sono certa che ognuno di voi conosce qualcuno, nei casi disgraziati anche più di uno, che soffre di questa sindrome.

Ebbene sì, faccio outing: io i permalosi e quelli che “si credono”, non li sopporto. Quelli che pontificano, straparlano per ore e con assoluta serietà di qualsiasi argomento, dal pericolo di estinzione della folaga monaca alla decrescita sostenibile e implacabile, dai pericoli del consumismo al “un tempo qui c’era tutta campagna”. Quelli che leggono solo saggistica e Vanity Fair è roba da massaie (quello, veramente, è Dipiù, informatevi almeno). Quelli che la televisione è una brutta cosa, verissimo per carità ma esiste il telecomando, quelli che se fai notare che esiste la possibilità (badate: la possibilità ipotetica) che talvolta (badate: qualche volta) anche le loro possano essere delle cazzate, cioè volevo dire opinioni come tali discutibili e comunque non necessariamente da somministrare sempre e comunque, si offendono.

Non li reggo, mi viene subito voglia di dire loro “ah bè, ok, grazie, ho passato una serata meravigliosa. Ma non è questa” (sempre Groucho). Mi si scatenano i peggiori istinti, e considerando che per mestiere o per semplice statistica ne incontro parecchi, capirete che insomma ogni tanto ho pure bisogno di sfogarmi, sennò mi peggiorano le occhiaie (sulla cellulite non c’è più molto da fare, purtroppo).


Macroesempi fulgidi sono, naturalmente, i politici, con le loro roboanti dichiarazioni che vanno dalla “gogna mediatica” (ovvero fare nomi e cognomi di chi commette reato) all’ “amore che vince sull’odio”, che manco Gesù (il quale avrebbe comunque avuto un filino di sostanza in più), passando per l’assoluta mancanza di senso del ridicolo di “non abbiamo vinto ma nemmeno perso”. Tutte cose che presuppongono la coglionaggine di chi ascolta, legge, oltre a un disperante tendenza a darsi una importanza francamente eccessiva. Segue a ruota chiunque abbia una carichetta anche minima, tipo il vice del vice del sottosegretario vicario di un qualsiasi oscuro ente, associazione, circolo bocciofilo.
A costoro vorrei dire che presidente, vicepresidente, segretario e affini sono sostantivi, non nomi propri. Come tali si scrivono in minuscolo, pretendere la maiuscola è ridicolo, oltre che un po’ tristanzuolo, un po’ come trarre piacere dal sentirsi chiamare in modo magnifico.

Detto questo, al di là del mio fastidio che è, ovviamente, interessantissimo anzi essenziale per chi è arrivato alla fine di questo post, la cosa veramente degna di nota è che prendersi troppo sul serio non è solo sintomo di un particolare atteggiamento verso la vita, ma presuppone, nella maggior parte dei casi, fastidio quando non disprezzo per chi la pensa e la vive diversamente: come se “gli altri” fossero un po’ meno intelligenti, meno capaci, meno degni. In politica questo atteggiamento snobistico ha provocato disastri, e infatti oggi non abbiamo un Jean Paul Sartre alla presidenza del Consiglio, ci pensassero bene i radical chic di ogni sponda la prossima volta.
Nella vita quotidiana, riflettiamoci su la prossima volta che avvertiamo nel nostro interlocutore i sintomi di quella particolare malattia, la “Sindrome del prendersitremendamentesulserio”, purtroppo frequente, per fortuna non contagiosa, talvolta mortale. Mai per i portatori, però.

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