Primo tempo

Il problema è il tempo, ha sentenziato una sera il Signor C.
Il tempo? In che senso "il tempo"?
Quel tempo che non ti sei accorta di come è passato e di quanto poco ci ha messo a passare? O quello che impietosamente viene evocato da persone che di solito non sanno manco che significhi “evocare” e ti fanno comunque le domande più indiscrete del mondo:
ma quand’è che ti sposi, basterebbe un marito, vuoi rimanere uno scapolone eh, sarebbe ora di trovarti un lavoro o di fare un figlio, che aspetti, stai bene così?

Mah, starei anche bene, mi verrebbe da rispondere: se solo stessi parlando con qualcuno che per prima cosa si faccia i cazzi propri, per seconda faccia una pausa ogni tanto perché mi sanguinano i timpani e per terza si faccia un giro in Affanculolandia.

Ovviamente ho 33 anni (le banalità sull’ “età di Cristo” sono comprese nel pacchetto), un faccino d’angelo e un saldo autocontrollo:
non risponderei mai così, non si intona affatto alle scarpe che porto.
Però, visto che l’argomento è il tempo e che il Signor C. è impossibile zittirlo (la tisana al tiglio fa schifo come ogni brodaglia erbosa, sono contraria agli psicofarmaci perché sicuramente dopo un po’ ti impediscono di farti bene le sopracciglia e con lo yoga ci ho provato con lo slancio di un condannato a morte), vorrei proprio parlarne un attimo.

C’è il tempo buono, quello che quasi non percepisci, ed è anche una bella fregatura perché mentre lo vivi non ti accorgi del bello che ti passa addosso, a volte, ragazzi, un vero miracolo: potrebbe essere, che so, un amore che è più forte di otto (!!) anni fa, oppure un momento di possessione demoniaca da Scrittura, roba che a me gli Stronzini di Satana mi fanno una pippa.
In due parole (ah la malafede dei grafomani!), è come quando scrivi qualcosa che ti piace veramente, e il bello, ma il Vero Bello, è che non sai dove ti può portare una volta cominciato; magari pensavi a una cosa e ti ritrovi immersa in un’altra tutta diversa, e – OOH- che stupore neanche troppo grande quando ti rendi conto che le due sono collegate. Forse lo sapevi già: mica per niente a 15 anni hai letto Virginia Woolf in lingua originale e non ti è piaciuta, ma lo “stream of consciousness” ti sembrava già allora una figata e un modo comunque per chiamare il dialogo fra te e il Signor C.

C’è il tempo brutto, quello in cui con un sapore amaro in bocca cominci a pensare che è Troppo Tardi per alcune cose, e improvvisamente tutto si fa volatile e inutile, e oltretutto vedi come sotto una lente di ingrandimento gigante i luoghi comuni, le bugie innocenti, le autoassoluzioni che ogni giorno tutti ci raccontiamo.

Più tempo per te, cocca, non cominciare a svarionare”, è stato il secondo comandamento del Signor C., corollario non troppo dettagliato ma chiarissimo della prima frase lapidaria.
Per una volta ho deciso di seguire il suo “consiglio” (lui dà consigli come li dava Marlon Brando ne Il Padrino, insomma sono, come dire, “offerte che non si possono rifiutare”), chissà che non sia quello giusto, chissà dove porterà.
Magari a qualche vaffanculo in più.
(la foto è di F.Sanna)

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