Un borghese piccolo piccolo. Anzi, microscopico! La Versione di Madry/ 19



La borghesia è una delle classi sociali nelle quali viene tipicamente suddivisa la società capitalista (colui che possiede un capitale), secondo alcune scuole di pensiero socio-economiche occidentali, in particolare il marxismo. Il termine deriva da borgo, ossia dalle parti costituenti delle città medioevali, e di cui è rimasta ancora oggi traccia nella toponomastica di alcune città, come nel caso dei fiorentini Borgo San Frediano e Borgo San Jacopo. (Wikipedia)



Un tempo eravamo re, e qualcuno crede di esserlo ancora. I tempi, però, sono irrimediabilmente cambiati, e nella polarizzazione della società fra ricchissimi e poveri, la classe media è rimasta schiacciata. La borghesia – piccola, media, alta e qualunque aggettivo le si attribuisse per definirne le capacità economiche e sociali- non è certamente più quella di inizio Novecento, quella pubblica e ministeriale o dei grandi capitani d’industria degli anni Settanta, quella del benessere un po’ fighetto della fine del secolo scorso.


La mia generazione ne ha potuto osservare l’evoluzione, come sempre accade a scoppio ritardato, e forse per la prima volta nella Storia i figli stanno messi peggio dei padri, almeno per quanto riguarda questa “fascia” di appartenenza - o di origine: perché certamente si potrebbe salire, ma oggi più spesso si scende
Il famoso “ascensore sociale” si è inceppato, e con esso anche l’antagonismo vero verso i veri predatori economici, troppo indefiniti, grandi e “finanziarizzati”.


Il caso specifico dell’Italia è assai interessante: siamo un paese conservatore, con un grande desiderio di aristocrazia e di nostalgia di un passato “regolare”: di quando eravamo re, appunto. Abbiamo addirittura attribuito caratteristiche di “nobiltà”, fascino e “superiorità” a una grande dinastia industriale come gli Agnelli, di fatto rovesciando completamente l’originale disprezzo della vera aristocrazia per chi lavorava per mantenersi, magari arriccchendosi ma rimanendo sempre un parvenu

Il cinema ha indagato spesso il tema: Il gattopardo (Visconti 1963), Un borghese piccolo piccolo (Monicelli 1977), Il discreto fascino della borghesia (Bunuel 1972) sono i primi titoli che mi vengono in mente.


Un borghese (dalla fusione delle parole borgo e cortese) era (quindi) una persona che aveva una casa nel centro di un villaggio anziché nel castello, e praticava un libero mestiere, che poteva spaziare dall'artigianato al commercio, dalla medicina all'arte. Inoltre, non essendo nobile, era escluso, almeno in origine, dalla possibilità di portare le armi e una derivazione di questa norma è rintracciabile nel gergo militare che definisce borghese colui che non veste la divisa. (Wikipedia)


E’ quindi evidente che le cose hanno cominciato ad andare storte con il predominio della finanza immateriale sulla produzione di beni fisici, determinando così un impoverimento concreto e sociale della classe media. Oggi il borghese mi sembra difficile da definire, ecco perché sorrido ogni volta che qualcuno usa il termine in senso dispregiativo:  
                                                    “[puah], come sei borghese!
Si noti che spesso siffatto insulto (?) è pronunciato da persona della mia identica “estrazione sociale” e background culturale, quindi non vi è in esso una vera critica “di classe”, ma un generico disprezzo per chi conduce o desidera una vita di un certo tipo. Che se nei decenni scorsi poteva identificarsi con il benessere economico vero e una strada sicura e segnata, soprattutto professionale e sociale, oggi indica magari il tanto vituperato lavoro stabile, perfino una casa o una famiglia (di qualunque tipo, però). Cose elementari, mi sembra.


Forse, quindi, vorremmo essere tutti borghesi. O no?



Parliamone domani nella nuova puntata de La Versione di Madry, alle h.20 su Radio X (96.8, anche streaming), con lo storico dell’Università di Cagliari Giampaolo Salice e il giornalista di Mediterranea online Gianmarco Murru. 
Stay tuned!

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