“Bisogna rassegnarsi,
non pensarci”, mi dice la mia amica davanti a un cappuccino, in una bella
mattina di dicembre. Abbiamo appena visto l’ennesima manifestazione sotto il
nostro Consiglio Regionale: c’erano le foto dei consiglieri, gente come noi ma
pagata dieci volte tanto.
Poche ore prima avevo
sentito con le mie orecchie un alto dirigente della pubblica amministrazione
proporre addirittura “un encomio” per il duro lavoro, “guardate veramente lungo
e difficile”, che i colleghi del servizio avevano svolto telefonando e
scrivendo email, verificando gli indirizzi, gestendo le risposte dei
partecipanti a un incontro tecnico. Gente come noi anche questa, ma priva di
senso del ridicolo.
una
società più «sciapa»: senza fermento, circola troppa accidia, furbizia
generalizzata, disabitudine al lavoro,
immoralismo diffuso, crescente evasione fiscale, disinteresse per le tematiche
di governo del sistema, passiva
accettazione della impressiva comunicazione di massa.
La comunicazione non è roba per stomaci delicati,
un po’ l’avevamo intuito, ma il Censis aggiunge anche che è significativa, in
questo momento storico,
la scelta
implicita e ambigua di «drammatizzare la crisi per gestire la crisi» da parte
della classe dirigente
Una classe dirigente “di larghe intese” che
peraltro, è opportuno ricordarlo, noi non abbiamo scelto. Gente come noi anche
questa, insomma, solo che sono Letta e Alfano, due delfini illustri, a loro
modo.
La verità, mentre chiacchiero con la mia amica dell’ennesimo finto concorso
pubblico di cui tutti, perfino io, conoscevano i vincitori mesi prima, è che
Al mondo
c’è la gente come noi, e la gente come loro.
Che non è una questione di caste (che esistono) o
di malcostume generalizzato, di Accozzoli, ma di non essere uguali. Di essere,
cioè, diseguali "a prescindere".
E le disuguaglianze sono il vero problema.
Quelle
alla base, per cui un ragazzo poco scolarizzato (il 21,7% della popolazione
italiana con piu' di 15 anni ancora oggi possiede al massimo la licenza
elementare) non avrà le stesse opportunità di uno che ha
studiato, quelle in itinere (ovvero
un percorso accidentato fatto di occasioni
perdute, concorsi truccati, cooptazione politica o in generale per
appartenenze) e quelle sostanziali, profondamente incistate nella nostra
cultura (l’esempio classico è quello di genere, con segregazione lavorativa
verticale e soffitti di cristallo, carico abnorme di lavoro familiare,
attribuzione di una funzione di welfare in sostituzione dello Stato).
Non si è uguali nemmeno nella sfiga: a parità di
disoccupazione, è sempre dei più giovani che il sistema si occupa, anche se gli
altri sono più numerosi.
Il Censis ci dice anche questo:
siamo
«malcontenti», quasi infelici, perché viviamo un grande, inatteso ampliamento
delle diseguaglianze sociali. Si è rotto il «grande lago della
cetomedizzazione», storico perno della agiatezza e della coesione sociale.
Troppa gente non cresce, ma declina nella scala sociale. Da ciò nasce uno
scontento rancoroso, che non viene da motivi identitari, ma dalla crisi delle
precedenti collocazioni sociali di individui e ceti.
L’ascensore sociale è bloccato da tempo, per molti
in un palazzo che non ha nemmeno le scale, ovvero qualche altro modo di
accedervi. Questa è disuguaglianza, o assenza di pari opportunità.
C'è sfiducia nell'aria, ci dice il 47° Rapporto, anche perché molti declinano
nella scala sociale quando la normalità era l’avanzamento: per questo, ad
esempio, i miei nonni (di famiglie assai modeste) hanno lavorato duro, e solo
per questo io (che ho goduto di molto più benessere fin dalla mia nascita negli
anni Settanta) oggi ho una casa nella quale vivere.
Lo “scontento rancoroso” individuato dal Censis è
però null’altro che una fase, quella in cui passiamo tutti (intendo la gente
come noi, non quella come loro,
ovvero quelli che si “credono ancora re” di un regno morto, o quelli che hanno
arraffato e stanno arraffando a tutto spiano per capitalizzare il momento
d’oro). E’ una fase di sconcerto, rabbia, “odio sociale” l’abbiamo definito una
volta con un amico, derivante dalla sensazione di immobilismo che ci circonda,
dalla sensazione che il mondo sia diviso, anche nel microcosmo della nostra
isola, fra feudatari e poveracci.
E’ un momento che passa, posso garantirlo per
chiudere con una luce di speranza (ma perfino lo spietato Censis l’accenna:
leggete qui) : sopraggiungono poi
altri sentimenti, altri impulsi, talvolta un miracoloso “sale alchemico” che
consente di trovare una alternativa alle pastoie di un sistema che da decenni
schiaccia quella che è diventata la mia generazione (e non solo) e i cui
effetti (demografici, sociali, economici, relazionali) si stanno vedendo ora e
si vedranno nei prossimi vent’anni.
Rimane da capire quale sia la reazione migliore per
vivere- non solo sopravvivere: quella rassegnazione di cui parlavamo
all’inizio, necessaria per non farsi l’inutile sangue marcio? L’atteggiamento
comprensibile e un po’ nichilista del “qui e ora e fanculo al resto”?
Il “galleggiamento” di tante famiglie e tantissimi singoli che aspettano tempi
migliori, o la lotta senza quartiere di chi si arrabatta nonostante (nonostante le tasse, i nidi insufficienti, le scuole
che crollano, il mostro burocratico, ecc.), e intanto si vede consumare la
vita?
Sono problemi della gente come noi, che siamo la
maggioranza. E’ bene non dimenticarlo.
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