La mia generazione: per sempre giovani (e no, non è il botox).



Per sempre giovani: ecco il segreto! Così nell’articolo di Repubblica il bravo Ilvo Diamanti individua una delle 50 e più sfumature di sfiga che perseguitano la mia generazione, quella per intenderci dei nati negli anni Settanta. 
Il fatto (a mio parere culturale) che gli italiani si considerano sempre “giovani”, anche senza le virgolette. Infatti, per dirsi vecchi occorre aver superato gli 84 anni (indagini Demos). Questa percezione fa il paio con quel termine statistico assai curioso, “giovani adulti”, che non ho ben capito cosa voglia dire. Over 25? 30, 35, chissà? Manco loro lo sanno, temo.


Questa sensazione di tempo sospeso porta delle conseguenze anche pratiche, mica filosofiche. Chessò, determinati investimenti pubblici (e a ruota privati) piuttosto che altri.

Quasi 8 italiani su 10 fra 18 e 38 anni (e quasi 3, fra 30 e 34 anni) risiedono con i genitori (Istat, 2011). Sono tutti “bamboccioni”, orribile vocabolo entrato nel lessico comune, smentito dalla realtà quotidiana che è diversa dalla visione che ne ha un ministro? Io non credo – a meno che non sia l’unica a conoscere una serie di coetanei che vorrebbe ma non può. 
Accade quindi che nelle famiglie si crei un rapporto di dipendenza reciproco, e che culturalmente e praticamente l’Italia investa più sull’assistenza e nella sanità, ad esempio, si strugga sull’età pensionabile e sull’art. 18, che per molti della mia età non è stato mai nemmeno un problema, tenda a scegliere lavoratori over 50 con esperienza, ignori i precari e gli atipici, la scuola e la formazione, cioè il futuro. Ma d’altronde, il futuro è lunghissimo. Così come il passato, o così mi sembra stasera.


Intanto, gli incentivi annunciati da Enrico Letta a giugno (mi avevano subito rallegrata, qui il post)  cominciano a far sentire il loro effetto. Negli ultimi giorni, ad esempio, ho letto di due opportunità lavorative in Sardegna: assunzioni in vista da parte di Enel e de La Rinascente. Età prevista, dai 18 ai 29 anni. 
I commenti sul web sono lapidari: “cosa deve fare chi ha più di 30 anni?”, “andarsene”, è la risposta. Magari l’inglese fluente richiesto dal grande magazzino sarà utile per trovare lavoro all’estero (perché il resto d’Italia non è più sufficiente). Comunque, anche se lo sappiamo a memoria, è sempre utile ricordare che: …(in Italia) La disoccupazione “adulta”, dai 25 ai 64 anni attualmente è quella prevalente. Nel 2011, infatti, i giovani disoccupati erano 482mila, quelli maggiori di 25 anni 1.625.000 di cui oltre 900mila con più di 35 anni. In Sardegna, rispettivamente 21mila, 73mila e 43 mila con più di 35 anni.  La durata (oltre 12 mesi) dello stato di disoccupazione colpisce ancora una volta maggiormente le classi di età più elevate….

Così il Rapporto sul Mercato del Lavoro in Sardegna (ed. Cuec). Magari ne facciamo avere una copia anche a Letta, ai nostri parlamentari a Roma, ai nostri onorevoli in via Roma a Cagliari, capitale del Mediterraneo.


L’impressione non è soltanto quella descritta da Diamanti, e cioè che siamo un Paese di vecchi che vogliono essere forever young e che dunque pensano che il tempo sia un concetto relativo (mentre la mia generazione sa benissimo che avere 40 anni non è esattamente come averne 20, da molti punti di vista), ma anche che il messaggio che stia passando è che “c’è sempre tempo”, e che “visto che non ci sono opportunità, tanto vale non sbattersi, e battersi, più di tanto” (i NEET in Italia sono quasi 2 milioni: peggio di noi, nell’Ocse, soltanto il Messico).  


Attenzione: è un modo per zittirci. Per stroncare le domande, fare lo scaricabarile, invocare l’ineluttabilità del fato e dei diktat della BCE o dei rettiliani, e supercazzole accessorie. Perché se è vero che questa mia generazione viene ignorata, è anche vero che vota. Vale per le elezioni politiche, vale per quelle regionali (febbraio 2014 in Sardegna, nessun candidato parla degli over 35).

Facciamo quello che dobbiamo, che sia emigrare verso paesi più normali, non votare più, anche senza troppe spiegazioni, chè le abbiamo già date. D’altronde, forse avevano ragione quelli là, retaggio di un mondo antico che talvolta mi pare bizzarro nella sua plastica inutilità: never explain, never complain.

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