E la chiamano estate.

Strana atmosfera, in città. Sembrano tutti stanchissimi, si trascinano stancamente nei negozi, per i saldi più tristi della storia. Ci sono ancora tutte le taglie, di tutte le cose. Forse abbiamo capito che non ci servono tre costumi - di solito improbabili- a stagione, eppure è una cosa che intristisce. E preoccupa. 

Le facce sono stanche, più distratte del solito: mi chiedo se le persone normali, come me e come voi che forse leggete, si appassionino a questioni come le faide interne ai partiti chiamate primarie, le vicende giudiziarie ventennali e i cavilli bizantini per sfuggire alle condanne, la complicazione di ogni cosa al potere, insomma.
A volte basterebbe applicare le piccole regole per bambini, una specie di SOS Tata della politica: e invece si disquisisce sui massimi sistemi, come se fosse normale negoziare qualunque cosa.

La distanza fra il Paese reale e quello politico, strategico, politico e perfino produttivo mi sembra ormai siderale; ovunque, a tutti i livelli e in tutti i settori, dilaga l'idea che non lavorare sia "normale" (cioè frequente, tra virgolette) e che non essere pagati sia normale (senza virgolette, nel senso letterale).

Anche il gossip mi sembra stentato, in questa strana estate; perfino il mio solito buen retiro, il mio luogo dell'anima, finora non è riuscito a catturarmi e a distogliermi dai troppi stimoli esterni, perlopiù inutili. 

Forse è solo la stanchezza. Forse ho fatto pochi bagni nel mio mare.  Cercherò di rimediare.
Buone vacanze (o buon intervallo , o buona quiete).

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