Le scorciatoie aiutano. Parola di esperta.

Qualche giorno fa ha paragonato Nicole Minetti (quella dei "bunga bunga", dei balletti osè a beneficio di certi ambientini geriatrico-sporcaccioni) a Nilde Iotti, argomentando che "le scorciatoie aiutano". Direi che non c'è molto da aggiungere, fa tutto lei, Danielona! e già nel 2008 io a certe provocazioni non potevo resistere...


«Per fare carriera non sono mai scesa a compromessi, non ho mai ceduto. In altre parole: non l'ho mai data». Daniela Santanchè afferma con decisione un suo principio etico, aggiungendo fiera che «…La verità è che piaccio alle donne perché sono un uomo».
Perché gli uomini notoriamente non la danno? Perché il famoso “divano” è sempre del produttore e mai della produttrice, tanto che se accade ci fanno anche un (pessimo) film come Rivelazioni? O perché - visto che in Italia la moglie assume per legge il cognome del marito e non viceversa - lei è andata oltre e il cognome del marito se l'è tenuto anche dopo il divorzio, come se fosse suo dalla nascita?
La signora, che di cognome da nubile fa Garnero, è stata infatti sposata per anni con un noto chirurgo plastico di Milano, Paolo Santanchè, di cui ha mantenuto il cognome anche dopo la fine del matrimonio, come fosse un marchio di fabbrica. Tant'è, la questione è marginale e non serve chiedersi se tale scelta rientri o meno nel «non scendere mai a compromessi».
Certo l'onorevole (?) trasecolerebbe, forse, nel sapere che siamo in tante a non averla mai data, per carriera o altro, per usare una terminologia da Bar Sport che si accompagna in maniera curiosa al suo look curatissimo, spesso esibito anche come antitesi alla sciatteria di certe donne “di sinistra”. Il problema, bisognerebbe spiegarlo bene a questo nuovo prototipo di donna forte ed emancipata, non è la disponibilità sessuale o comunque non soltanto questa. Il famoso “soffitto di cristallo” che blocca le carriere femminili rispetto a quelle maschili non è riducibile soltanto a una mera questione di letto, quanto a un complesso insieme di fattori culturali che tuttora favoriscono la cosiddetta “segregazione verticale”; a maggior ragione se non si hanno ex mariti famosi sul cui cognome si può fare copyright.


Ma alla Santanchè vanno riconosciute alcune caratteristiche: innanzitutto, l'astuzia nel puntare molto sulla novità e differenza del suo essere donna e politica al vertice. In tempi in cui tutti i partiti si affannano a raggiungere percentuali strabilianti di donne candidate, lei addirittura convince il macho Storace a cederle il posto di candidato premier.
Poi, la “sfrontatezza” dell'appropriarsi di un termine abbastanza desueto e spesso visto con fastidio dalle nuove generazioni, che lo associano a reggiseni bruciati in piazza e alla guerra tra i sessi (prima che questa venisse sostituita a livello generale e intergenerazionale da una trasversale “guerra tra poveri”, chè se negli anni 70 i problemi erano liberazione sessuale e parità uomo-donna, ora si è troppo occupati a guadagnarsi la pagnotta che ad occuparsi di tali sottigliezze): femminista.
Daniela Santanchè, infatti, dall'alto del suo tacco 12, è stata una delle poche voci femminili che hanno espresso una opinione netta riguardo, ad esempio, i problemi legati all'utilizzo del velo proprio della religione islamica in relazione ai documenti d'identità in Europa, e ancora di più per quanto riguarda le condizioni di vita delle immigrate in Italia, soprattutto se di diverso culto e dunque di molte meno pari opportunità di accesso a diritti che le italiane considerano normali e fondamentali: e non mi riferisco alla possibilità di un provino per il Grande Fratello, quanto a una normale visita medica in una struttura pubblica, per esempio.
Non ricordo altrettanta veemenza sull'argomento da parte delle rappresentanti politiche, istituzionali o culturali della sinistra, molte delle quali il femminismo vero, tradizionalmente associato a una appartenenza politica, l'hanno conosciuto. Ricordo - e sento tuttora - molti richiami alla tolleranza, alle differenze culturali, molte parole belle e condivisibili, dichiarazioni che bilanciavano molto bene il politically correct con lo sdegno per l'esecuzione della giovane pakistana Hina da parte dei familiari, avvenuta a Brescia, mica sulla luna.
Dunque è una donna della destra, che sfoggia gioielli, botulino e il dito medio in pubblico, che si può definire femminista oggi, cioè attenta ai diritti fondamentali delle donne e all'estensione di tali diritti alle zone della società civile ancora in ombra?


Certo la Santanchè deve stare attenta, e con lei le sue potenziali elettrici, perché quella sfumatura populista e popolare di certa destra sociale viene un filo messa in dubbio, ahiloro, dalla candidatura immediatamente successiva alla sua nel Lazio: quella di Paola Ferrari, giornalista, conduttrice della Domenica Sportiva e moglie di Carlo De Benedetti.
La signora in una intervista afferma, oltre alla solita preoccupazione per la sorte della famiglia e delle condizioni di sicurezza in Italia, che «…tanti pensavano che dopo il matrimonio avrei smesso di lavorare. Non l'ho fatto, e mio marito mi apprezza anche per questo». Come Lady Diana quando sposò il principe Carlo, insomma, o comunque come usa in certi ambienti: negli altri, una donna che ha un lavoro di questi tempi si guarda bene dal lasciarlo, apprezzamenti coniugali o meno.
Se è entomologicamente interessante, dunque, osservare queste nuove declinazioni del femminismo moderno, ancora di più lo è chiedersi dov'è finito l'altro, nato e sviluppatosi nei collettivi, nei cortei, nelle immagini un po' sbiadite di un '68 che molti e molte di noi non hanno conosciuto e che ad altrettante (me compresa, talvolta, in un riflesso pavloviano per cui femminista = virago) fa evidentemente un po' impressione, se sentono la necessità di mettere le mani avanti («la penso così, anche se non sono femminista»).
Forse accade per scarsa conoscenza, anche irriconoscenza, per scarsa memoria storica, per stanchezza o rassegnazione; in molti casi, semplicemente, perché se l'unico femminismo possibile è quello aggressivo e scimmiottante delle sciure “sposate bene” o altrettanto bene divorziate, o al contrario quello esitante ed eternamente “relativistico” (dunque compiacente del sistema maschile dominante), il timore che nutrono molte donne di esservi accostate a ogni minima declinazione “di genere” del proprio pensiero è pienamente legittimo.
(marzo 2008)