Ma tu che lavoro fai?

A questo punto mi verrebbe da dire “faccio cose, vedo gente”: in realtà sull'ultima carta d'identità, risalente al 2009, ho fatto scrivere “casalinga”. E allora? Era il mio stato di quel momento, diverso da quello di prima e da quello che è venuto dopo, in un andamento altalenante che è tutto tranne che monotono, o forse un po' lo è per chi non si aspetta più nulla di buono da questo mercato del lavoro. Perchè il punto non sono gli sfigati che si laureano tardi (o signor viceministrello, la ghe sono sfigati anche quelli che si laureano in corso e non hanno le conoscenze giuste, sempre il miglior modo per trovare lavoro), e non è nemmeno l'articolo 18 (che viene puntualmente aggirato e quindi mi sa tanto di una paraculata gattopardiana, della serie “è bene che tutto cambi perchè tutto rimanga com'è” o anche viceversa).
Il Rapporto sul mercato del lavoro 2012 in Sardegna (che dovrebbe essere una specie di bibbia per chi poi pensa a Finanziarie, Piani per il lavoro, ammortizzatori sociali, e tutto quello che gira intorno al nervo scoperto dell'occupazione nell'isola, e invece, alla presentazione, di istituzioni si è visto solo il sindaco di Cagliari) mi ha confermato che il mio “fare cose, vedere gente” è piuttosto comune: circa l'80% dei disoccupati in Sardegna ha alle spalle uno o più lavori, contro una percentuale che nel resto del Meridione arriva al 65%. quindi, dai, non mi devo più sentire così strana (per quanto anche un po' figa), visto che sono o sono stata giornalista, impiegata, segretaria, collaboratore editoriale, commessa, operatore Istat; non c'è bisogno che un politico, un sindacalista, uno studioso mi dica che i tempi sono cambiati, perchè presumibilmente nessuno di questi ha sperimentato il co.co.co ma a cottimo, il contratto formazione lavoro, il co.pro, il lavoro in famiglia,la prestazione occasionale, il contratto a tempo determinato e la casalinghitudine forzata. Il tutto senza prospettive di tutele, pensione, stabilità minima (minima!), e con me milioni di persone che sulla carta d'identità, quando era ancora obbligatorio, avrebbero potuto scriverci l'impossibile.
Ecco perchè le parole sono importanti (e più che incazzarci, con questi personaggi al governo, dovremmo fare loro un corso di comunicazione), ed ecco perchè, allo stesso tempo, queste parole non servono più: sappiamo già bene, sulla nostra pelle, che non esiste più “il posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà” (sic!). A quando i fatti?

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