Questione di (buona) educazione.

E’ da stamattina che mi chiedo perché la non sorprendente notizia della cosiddetta “Lady Gucci” che rifiuta la semilibertà perché preferisce stare in carcere piuttosto che lavorare mi fa venire in mente quella particolare domanda del Censimento 2011. L’indagine statistica al punto 6.4 chiede "Qualora si presentasse l'opportunità, sarebbe disposto/a a iniziare un lavoro entro due settimane?"

A parte il fatto che nell’anno del Signore 2011 sembra fantascienza o anche una presa per il culo, la maggior parte della persone, quando la faccio, mi guarda stupefatta ed esclama: “anche domani!” con una disperazione appena mitigata dalla vergogna di dover certificare questa condizione. Vergognosa, appunto, perché mica siamo tutti appassionati di giardinaggio o allevamento di furetti come Patrizia Reggiani, uxoricida detenuta a San Vittore da 14 anni, che ai giudici ha dichiarato candidamente di preferire la vita in cella al lavoro esterno, questione di abitudine e fors’anche di educazione. 

Perché il lavoro mi sembra anche una questione di educazione, oltre che si sopravvivenza: svolgere una attività, anche quelle più umili o non riconosciute come il lavoro domestico, è il segno tangibile di come intendiamo l’esistenza. Esagerata? Probabile. E’ così tipico di chi lavora poco, o a intermittenza, o saltuariamente, che non mi pongo nemmeno più la domanda, perché so che la mia tranquillità nell’uscire la mattina per andare a lavorare, incontrare altre persone che vanno anche loro verso uno scopo non solo singolo ma in qualche modo collettivo, entrare in un bar e vedere il macellaio che scende dal mercato a fare una pausa per il caffè e provare un senso di appartenenza strano ma bello, denota il mio, di senso per il lavoro (oltre che la mia scarsa propensione al giardinaggio, s’intende). E va benissimo così.

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