Perchè i sardi non la danno gratis.

Quello che abbiamo capito con chiarezza ieri sera, in un padiglione della Fiera campionaria strapieno (il più grande, una mossa coraggiosa che ha prodotto il risultato di almeno 4mila persone, delle quali molte rimaste fuori in una freddissima serata di febbraio), è che i sardi non la danno di certo gratis. Ci sono volute le cannonate, le fucilate e ogni sorta di costrizione, ma noi, la Sardegna, non la diamo via mica facilmente.

O almeno spero, perchè se è accaduto veramente che qualche sardo ridesse alle battute che si facevano 300 metri più in là (da La Nuova Sardegna: “Eh, Ugo, ma tu sei più alto di me…però non dimenticarti che ti abbiamo messo qui noi”, starring Silvio Berlusconi), spero che fosse per l’effetto cabaret, e non perché si crede che sia buono e giusto dare il voto a un prestanome per governare la propria isola.

Comunque: Renato Soru l’ha detto meglio, ma il succo era che andiamo a vincere proprio perché i sardi non cederanno alla tentazione di un volgare colonizzatore, e che non svenderemo la nostra isola alla prima maschera di cera che passa (sia detto senza offesa, ma è la l’impressione di chi ha visto da vicinissimo quello strano omino e anche il sommesso consiglio di cambiare il make-up mortuario).
Chi al Palarockefeller c’era, a sentire Cappellacci & Berlusconi, dubita molto che ci fossero le 3 mila persone riportate dagli organizzatori, e chi era alla Fiera sa bene invece che l’atmosfera era assai diversa, a partire dalle musiche di contorno, mentre aspettavamo Rockin’ Renè. Quando Elena Ledda ha intonato Procurade e’ moderare non solo ci siamo sentiti tutti un po’ più uniti (e trattandosi di noi sardi, la cosa è straordinaria), ma il pensiero è corso con gratitudine al jingle pubblicitario Meno male che Silvio c’è: se le armi sono (anche) queste, un indeciso non dovrebbe avere dubbi, nemmeno sotto l’importantissimo profilo della comunicazione e del marketing e relativi effetti subliminali.

Le bandiere della coalizione sventolano, la gente sembra allegra, in generale c’è una partecipazione calorosa, che ancora di più si differenzia dal gelo degli incontri cappellacceschi, in cui ho visto cose che mai avrei immaginato, considerate le importanti risorse finanziarie e mediatiche di cui dispongono “gli altri”: platee sonnolente che si scofanano le pizzette invece di ascoltare il leader, colonnelli sulle spine che sorvegliano l’andamento del discorso, e quella costante inconsistenza sorridente. Boh. Renato non sorride tanto, graziasadeusu, e se lo interrompono si ferma e poi riprende, come fanno le persone normali, insomma.

Nel lungo discorso – abbiamo capito che a quest’uomo non l’ammazza manco l’antrace – elenca più volte la sfilza di paesi che ha visitato: notiamo una predilezione per Villanovatulo, citato 3 o 4 volte, ma anche Bortigiadas, Goni (“Ma Goni è in culo al mondo!”, esclama con ammirazione una vocetta vicina), Senorbì, Solarussa, e insomma dopo un po’ l’ho perso anche perché sembrava l’atlante stradale. E’stato, insomma, il “Momento Tuttocittà”, a cui è seguito “L’Angolo del disprezzo” verso gli avversari che lo (e ci ) insultano e da cui ci deve pur difendere, insomma.
L’entusiasmo del pubblico è palpabile, e forse per un improvviso moto di passione, o forse perché il giorno dopo (cioè oggi) è San Valentino e si sa che everybody needs somebody (to love) - (perfino Renato, anche se rimane impassibile), una donna grida nel silenzio: “Ti amiamooooo!!”.

A questo punto e io e la mia amica riflettiamo seriamente se sia il caso di lanciargli i reggiseni, manco fosse Mick Jagger negli anni d’oro. Ovviamente poi abbiamo abbozzato, anche perché troppo lontane dal palco e quindi immuni dalla sindrome di Sant’Efisio, quella per cui “voglio toccarlo, avviciniamoci”.
(Confesso però di praticare alcuni rituali apotropaici, tipo appendere la maglietta “Meglio Soru” nell’ingresso di casa, vestirmi uguale – di rosso- per l’inizio e la fine della campagna, mettere il volantino in cucina sotto il calendario dei coltelli sardi, uscire a cena fuori la sera prima delle votazioni come nel 2004, eccetera. Urge lieto fine).
Comunque, ieri sera, nell’efficacissimo Finale Etnico, fatto di richiami identitari di fierezza e orgoglio e raccomandazioni di non darla via gratis (ma quando mai, Renè, ma quando mai!), la più commovente è stata una voce di uomo che ha urlato, sorridendo (giuro di aver sentito il sorriso): “…anche io sono orgoglioso di te!!”

Spero davvero di poter dire la stessa cosa dei miei conterranei lunedì.

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