La morte del meno peggio

Mancano pochi giorni all’ora X. Che poi non sarà così X, perché tutto rimarrà esattamente come prima, se non peggio: non si tratta di scegliere fra il Cavaliere e l’Obama de noantri, e neanche fra una visione del mondo e un’altra: tanto sono pressoché uguali. Tutte si basano sull’abitudine dell’italiano al “meno peggio”, come mi scrive stamattina un amico che mi ha illuminata d’immenso:

Il meno peggio è figlio del peggio. E’ una sua creatura. Senza il peggio non potrebbe esistere il meno peggio. Il peggio è il punto di riferimento dell’italiano, gli serve da orientamento. L’italiano cerca sempre di migliorare rispetto al peggio, il meno peggio è un salto di qualità. L’italiano sceglie il dentista meno peggio, legge il giornale meno peggio, ascolta la trasmissione televisiva meno peggio, lavora per la società meno peggio, vota per il partito meno peggio, si fa operare nell’ospedale meno peggio, mangia nel ristorante meno peggio, guida per la strada meno peggio, telefona con la compagnia meno peggio, respira l’aria meno peggio, abita nell’appartamento meno peggio, usa il notaio meno peggio, si fa seppellire dalle pompe funebri meno peggio nella tomba meno peggio.
Il peggio è il miglior alibi dei meno peggio. Piuttosto del peggio è sempre meglio il meno peggio.
Però… c’è un però: perché si deve scegliere tra il peggio e il meno peggio? Perché questo ricatto? Io non voglio una vita meno peggio. La pretendo normale. Forse non ci riuscirò, ma devo, ho l’obbligo, di provarci.
Il meno peggio ci ha portato l’indulto, l’inciucio, i condannati in Parlamento, gli inceneritori, la Campania-Chernobyl, Mastella ministro della Giustizia, un debito pubblico di 1630 miliardi di euro, la crescita economica più bassa d’Europa, il precariato, l’informazione imbavagliata, una legge elettorale incostituzionale, la Forleo e De Magistris trattati come dei criminali. Tutto figlio del meno peggio. Il peggio e il meno peggio sono come due fratelli siamesi. Inseparabili dalla nascita. Se uno muore, l’altro lo segue subito.


E non mi si venga a dire che chi non vota poi “non può lamentarsi”: mi lamento eccome, qualsiasi decisione io prenda e comunque vada, perché ho già dato la mia fiducia varie volte a partiti e persone che non hanno mantenuto mezzo impegno preso. E dunque anche una vittoria dello schieramento in cui (non) mi ritrovo non sarà una vera vittoria, ma solo un contentino per noi poveri grulli (cit.). Questa volta è davvero un caso di coscienza: ognuno seguirà la propria, anche se magari è sollecitata più dalla “paura dello schieramento a noi avverso” che da una reale convinzione.

(Intanto, risolleviamoci con quel genio di Rino Gaetano, che qualche decennio fa provava i miei stessi sentimenti, il testo lo trovate qui)

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