Dopodomani è un altro giorno. O me ne infischio?


Tempi duri: per consolare gli amici in difficoltà non si può nemmeno più utilizzare il tanto amato “Hasta la victoria siempre”, un po’ perché in Italia non c’è più nemmeno l’ombra di un pensiero o ideologia sinistrorsa, e un po’ perché il fatto che solo oggi, con le strabilianti riforme portate avanti da Raul Castro, i cubani possano pensare di acquistare la casa in cui vivono (prima, zero, nessuno poteva anche solo pensare di possedere qualcosa) mi fa venire una tale allergia a ogni tipo di ideologia che ho cominciato subito a starnutire.
Io preferisco Rossella: prototipo di donna capricciosa, un po’ perfida, opportunista e insopportabile, rubamariti e approfittatrice, che aspetta solo un gaglioffo con i baffetti da sparviero che sappia domarla. Una vera stronza, insomma, che con la sua stessa esistenza dimostra però la necessità di esserlo per sopravvivere.
Infatti Rossella resiste alla guerra, al contrario delle legnose sorelle e della lagnosa Melania; tiene testa agli uomini e anzi è più furba di loro, e infine si riprende Tara, la meravigliosa tenuta di famiglia, pronunciando sullo sfondo di un tramonto rosso fuoco (gli effetti speciali e i colori aggiunti dopo non è che fossero ‘sto granchè nel 1939), la celebre frase: “…domani è un altro giorno”.

Per noi, forse, sarà un po’ più lunghetta, credo: da molto tempo (ben più di un giorno) aspettiamo un lavoro stabile, un amore che ci stabilizzi pure lui, un po’ di serenità che talvolta è rappresentata da un timbro su un foglio o dall’arbitrio di un impiegato che deve sbrigare una pratica.
Non ci resta che aspettare, e resistere, e se dovessimo accorgerci che l’ansia ci corrode lo stomaco, ci rovina il sonno, che il cervello va per conto suo e il corpiciotto pure, e se dovessero ancora sbatterci mille porte in faccia potremo sempre fieramente rispondere come Rhett Butler: “…francamente, cara, …me ne infischio!”.

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