Vite maledette


Ragazzetti tossici che scimmiottano i veri rockers e si vestono malissimo come tale Pete Doherty, modelle anoressiche che non ci si spiega cosa abbiano di fisicamente speciale come Kate Moss, musiciste dotate e distruttive come la cotonata Amy Winehouse, semplici cretine come Naomi Campbell che picchia tutti e Wynona Ryder che ruba nei negozi, e nella nostra piccola quotidianità lo stronzo e la stronza della porta accanto: quanto ci piacciono i “maledetti”, quelli che si distruggono ma soprattutto ci distruggono!
Quelli che scappano, mollano la presa, soffrono non si sa bene per cosa, si tormentano, fanno un passo avanti e tre indietro, quelli insomma del “vorrei-non vorrei-ma se vuoi”….Quelli che potrebbero (vivere per conto proprio, lavorare, socializzare, dare una mano, insomma scegliere, fate voi) ma proprio proprio non riescono?

Che palle, aò. Io mi sono stufata presto, anche perché in generale mi annoio facilmente, soprattutto se sento puzza di tarocco. Però vedo che i “maledetti” piacciono parecchio. Sono figure mitiche, però più da albo di Topolino che da leggenda, perse negli abissi delle perdizione, della droga, della ribellione, della supercazzola.
Li metterei per qualche giorno (di più non reggerebbero) nella squallida routine che governa la vita di alcuni veri supereroi quotidiani: dalla ragazza sorridente con quattro figli e uno stipendio solo e precario, al ventiduenne che gli è venuta la leucemia e ha sopportato di tutto fino all’autotrapianto (riuscito); dall’impiegato che va al lavoro di mattina e a scuola la sera agli innumerevoli precari che fanno di tutto pur di non starsene con le mani in mano, passando per le casalinghe che ancora si sentono dire “ah, quindi non fai niente”; dalle signore improvvisamente in pensione che non sanno dove girarsi a quelle che vivono sole e non si lamentano mai; dagli operai che hanno risparmiato e si sono comprati la casa a quelli che campano (?) con 450 euro di cassa integrazione e ancora fanno i sit-in davanti alle fabbriche ormai deserte.

Tutti quelli, insomma, che non hanno tempo, mezzi e abbastanza acqua saponata nella scatola cranica per perdere tempo con queste sottigliezze pseudo-esistenziali irrisolvibili e, pare, affascinanti.
Il mio concetto di “ribellione” è differente.
Le vere “vite ribelli” sono quelle di chi arranca ogni giorno in una faticosa, di solito ripetitiva, quotidianità: perché cosa c’è di più ribelle e maledetto del non sapere cosa sarà di te fra qualche mese e nel frattempo dover rifare i letti, consegnare il lavoro per tempo, stare dietro al compagno/a, ai figli, i genitori, gli amici, pensare alla cena, e in tutto questo infilarci anche la ceretta e la revisione della macchina?

(la foto è di F.Sanna)

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