Amori tormentati.


Quale può essere il futuro della nostra Isola del Tesoro? E, meglio ancora, quale è il nostro vero tesoro? Per molto tempo qualcuno ha creduto che fosse l’uovo oggi invece della gallina domani: e vai con la cementificazione selvaggia ad uso estivo trimestrale (uso dei turisti e degli indigeni predatori). Qualcuno pensa che sia l’arte, magari per una volta schiodandoci dai pur meravigliosi bronzetti nuragici, oltrepassando le solite (emozionanti) pietre sonore di Sciola, realizzando qualcosa di diverso dagli asfittici musei-magazzini locali: il progetto Betile nessuno sa ancora bene come e cosa sarà, se è pensato nel posto giusto (un quartiere “difficile” da riqualificare), se porterà alla Sardegna l’effetto Bilbao (dove il Guggenheim Museum attira visitatori da tutto il mondo). Anche la scienza potrebbe dare una mano: forse non tutti sanno che nella Costa del Sud è stata sventrata una montagna e deviato il corso di un fiume per fare posto a un Parco Scientifico e tecnologico d’avanguardia, di cui vorremmo conoscere meglio le attività, anche per mandare giù più facilmente il suddetto sventramento. Con linguaggio semplice, però: perché molti di noi non capiscono nulla di megabytes, enzimi, biomedicina, progetti cluster. Siamo una delle regioni italiane con più basso tasso di scolarità e abbiamo però un alto numero di laureati a spasso. Siamo il regno dei call center e rischiamo di diventare la Romania d’Italia (sapete che i livelli di emigrazione dalla Sardegna stanno raggiungendo i livelli degli anni 60? ma almeno allora il lavoro c’era) e se diamo retta a chi vorrebbe costruire nel proprio comune per il 400% in più di quanto concesso (è accaduto, prima dell’odiatissimo Piano paesaggistico regionale), allora presto il nostro principale competitor nel turismo sarà Rimini.
Abbiamo una straordinaria lingua da molti usata come uno scudo con l’intento di differenziarci, come se ce ne fosse ancora bisogno. La nostra è una cultura multiforme e millenaria, che però mi sembra sempre giovane: non mi spiego altrimenti perché un nuraghe mi incuriosisce ancora come le piramidi, e perché una poesia di Montanaru che ho ascoltato in inglese mi ha emozionato in entrambe le versioni. Oltre al meraviglioso mare, al sole spietato, ai deliziosi dolci, c’è qualcosa di nuovo, o almeno lo spero: si parla della nostra “identità” come mai prima, ma speriamo non sia l’anticamera di nuovi separatismi o vecchie sudditanze. L’importante, perché il sardo perdona a fatica, è non rendersi ridicoli ai nostri stessi occhi definendo il fico d’india un “bene identitario” (accade, pare).
Non so dare una risposta, forse perché non ce n’è una sola: amo la mia terra di un amore tormentato, ma non l’ho capita appieno. Per noi non è sempre una madre che accoglie, ma una matrigna che ci respinge e sembra privilegiare i figliastri, sempre gli stessi. Nonostante questo, sradicate un sardo e morirà di tristezza; la rabbia per averla dovuta lasciare non sembra essere condizione sufficiente per smettere di amarla, e comunque andarsene è sempre l’estrema ratio , pur di non farlo ci adeguiamo a tutto. Cercando di capire cosa sta succedendo, facendo ampio ricorso al gramsciano pessimismo della ragione e ottimismo della volontà: impresa straordinaria, in Sardegna.

(nalla foto dell'archivio Madry, un murale di Orgosolo)

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