Alcune piccole ragioni dell’estinzione degli asini sardi


Il tempo si è un po’ rimesso al bello, menomale; da brava sarda turisticizzata sono contenta, perché tanto sole = tanto mare. E basta. D’altronde, in Sardegna si viene per il mare, per cosa sennò? Il turista italiano medio, ahimè, pensa questo, e lungi dal cercare di fargli cambiare idea, lo si accontenta. Alla sarda però. Quindi, vai con prezzi da rapina e trattamenti da spennatura di polli per una casa in affitto o una cena in pizzeria: si parla di 1200 euro per una settimana a Villasimius, con servizi per il turista pari a quelli della banchisa polare: cioè zero. Ora, se non siamo impazziti, poco ci manca. Però io non credo molto alle pazzie improvvise, alle squallide furbate sì. Anche a quelle di chi si straccia le vesti contro la cosiddetta “tassa sul lusso”, ammorbandoci con il balletto delle cifre che dimostrerebbero un calo dell’afflusso turistico, e finge di non vedere le vere ragioni della prossima desertificazione economico-sociale della Sardegna. Atteggiamento predatorio degli indigeni verso il turista, perché si sa, devono pur compensare in qualche modo il fatto di non potere cementificare a un metro dal bagnasciuga; concorsi pubblici farlocchi e settore privato lottizzato dalla politica mentre l’emorragia dei giovani che emigrano sta raggiungendo i livelli degli anni 60; e in questi giorni l’argomento principale sui media locali è forse la disoccupazione o le ultime aziende che hanno eseguito licenziamenti collettivi (anche se, giova ricordarlo, è evidentissimo che non tutti i lavoratori sono uguali, quindi non ci si spende in misura uguale per loro, pare)? O magari si parla del fatto che siamo la regione italiana con il più basso numero di figli per donna? Macchè: a tenere banco e audience è l’autocandidatura del nostro governatore a leader del PD in Sardegna, oltre che alla guida della coalizione di centro-sinistra delle prossime elezioni (e perché non all’amministrazione di condominio del mio palazzo?).
Cercate di capirmi: da brava sarda, sono testarda e un po’ incazzosa (così raccontano le leggende metropolitane), ancora di più quando sento che in Sardegna può capitare di pagare 28 euro a testa in pizzeria. Quando nella graduatoria del concorso pubblico ci sono i soliti noti: ormai, è meglio informarsi prima se c’è l’Accozzolo, così non sprechi i soldi della raccomandata. Ancora, mi viene un diavolo per ricciolo quando vedo che gli stabilimenti balneari sono aumentati rispetto all’estate scorsa, e certo le autorizzazioni non crescono sugli alberi. Quando una birra da 33 cl. costa, nell’unico chioschetto della spiaggia, 3 euro, e un pacchetto di patatine che normalmente ne costa 1, 70 arriva a 3 euro pure lui. Il ghiacciolo mi ha ghiacciata: da 1 euro a 1,50, e credo fosse il meno maggiorato. La saggezza popolare afferma che “l’asino sardo lo freghi una volta e basta”: ma se continuano a trattarci, sardi e no, come tali, andremo a ragliare da qualche altra parte.

(la foto è di G.Tinti)

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