Il Club dei Sogni Infranti

Sono nata scema. Illuminata da questa scoperta alle 9:15 del mattino mi dico che non c’è altra spiegazione, mentre aspetto che la zuppa densa di odori, capelli, facce e infradito che ho di fronte si muova un pò, quel che basta per creare uno spazio, guardarsi da una distanza socialmente accettabile senza questo incollamento che non porterà nessuno ad arrivare prima-vorrei spiegarlo agli altri ingredienti della zuppa. In fila allo sportello della Segreteria Studenti devo solo consegnare un foglietto, non aprire un dibattito sul come quanto e perché della prima rata delle tasse, o del piano di studi. Eppure i cartelli sono chiari: la fila è una sola. Di cercare di tagliarla a metà per sbirciare almeno nei raccoglitori della modulistica, neanche a pensarci: facce piatte fissano il vuoto e occasionalmente i nuovi arrivati con fastidio palpabile, un’antipatia motivata solo dal dover cedere un centimetro della propria posizione. Sono sensazioni che avevo dimenticato e che non avevo alcuna fretta di riprovare, soprattutto con 30 gradi e le scarpe sbagliate per una gita all’Ateneo. Eppure, siccome sono appunto scema dalla nascita, sto qua insieme a ragazzi di belle -e spero per loro nebulose- speranze, di almeno un decennio più giovani di me, già “dottoressa” e ovviamente disoccupata da un po’: un tempo che ancora non basta a rassegnarsi ma è sufficiente a realizzare che i giochi sono quasi fatti e il banco ha vinto ancora una volta lui. Quindi, in mancanza di santi, beati o almeno una madonnina piangente in Paradiso, eccomi in fila per l’iscrizione ad una nuova laurea che mi servirà più o meno come quella attuale: a niente. Meno male che questa sera ho in programma una rimpatriata con gli altri Membri del Club dei Sogni Infranti, potrebbe essere una simpatica occasione per farmi confermare questa netta impressione di scemenza interiore che mi perseguita da stamattina. Le mie amiche del Club hanno come caratteristica comune quella di essere resistenti all’acidità di stomaco e ai disastri sentimentali. Ovviamente tutte avevamo, e talvolta ancora abbiamo, dei sogni, in qualche caso cocciuti ed inestirpabili: che so, un amore, un lavoro… Mando un messaggio a Anna, maestra dell’arrangiarsi con stile anche col suo lavoro stagionale, e la convoco a casa mia per la serata. Marina porta in dote il suo sogno di fare il lavoro per cui ha studiato, ma visto che attualmente fa tutt’altra cosa e si salva l’equilibrio ammazzandosi di vasche in piscina, la nomino in questo preciso momento- h.9:50 e zaffata di sudore dalla maglietta “De Puta Madre” del giovanotto a fianco, e visto che sta cercando di superarmi in fila non ho difficoltà a essere d’accordo- Socio Onorario del Club. Giulia mi risponde subito di sì, segno che A) suo marito ha la partita di calcetto stasera e B) non ha lezione di acquagym, di yoga, o di qualche altro antidepressivo contro la consapevolezza di essere una casalinga disperata (ben prima del telefilm, e senza i vestiti di quelle del telefilm). Infine io, che rivendico la Presidenza del Club in virtù dei miei studi romantici e soprattutto dei sogni che avevo, purtroppo non corredati da un tempismo adeguato. Ora pure ‘sta storia della seconda laurea…mi immagino già Giovanna, con quel suo pragmatismo tutto ingegneristico: comincerà a dirmi che ho acqua saponata nel cervello…e nemmeno so abbinare le scarpe con la borsa, cosa essenziale per superare certe depressioni autunnali. Ma ormai sono quasi arrivata al traguardo, dopo un’ora e quaranta di fila che mi ha dato modo di riflettere sulla logica di un solo impiegato disponibile a fronte di un fiume di persone che arriva fino alla strada. L’omino in maglietta e rassegnazione dietro lo sportello ci guarda, vedo distintamente e con un certo stupore una luce accendersi, e la voce rimbomba da distanze ormai non più siderali come stamattina: “C’è qualcuno che deve “solo” consegnare la domanda di iscrizione? Si avvicini pure, così non perdiamo tempo!

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