martedì 28 febbraio 2012

La ragazza con la frangetta

Attenzione attenzione! urge disintossicarsi dai grandifratelli, dalle buonedomeniche, dai quartigradi e sanguinamenti in prima serata, dalle scoperte di Kazzenger, i telefilm ameriganzi e le reclame, come diceva mia nonna, che ci propongono qualunque cosa per anestetizzarci dalla realtà o per consolarci dalla sua banalità. Disintossicarsi per guardare a cosa succede, a quelle brutte notizie che dimentichiamo dopo cinque minuti, dimenticandoci che ci sono delle persone vere, dietro e dentro. Cosa c'entra tutto questo con Rossella Urru? C'entra eccome, perchè tutti abbiamo sentito, più o meno vagamente (e che diamine!questi se la vanno a cercare, no? E poi, chissà dov'è, ma sarà poi vero? La televisione non ha detto niente, cioè mi sembra di aver sentito qualcosa, ma non ricordo...ma chi è?), dicevo, abbiamo saputo che questa bella ragazza dal visetto pulito e dei bei capelli neri con la frangetta, è stata rapita, e altri con lei.  

Di mestiere fa la cooperante, cioè aiuta la gente nelle zone più sfigate della Terra. E' sarda di Samugheo, ha 29 anni, al momento del rapimento -la notte tra il 22 e 23 ottobre scorso- lavorava in Algeria, nei campi dei rifugiati saharaui. Perchè scriverne? Perchè pensarci e basta non è sufficiente. Ora anche il comune di Cagliari, un filino in ritardo, ha finalmente appeso uno striscione per lasciare un appunto, diciamo, nelle nostre agende troppo impegnate. Certamente né io o gli altri blogger, né Fiorello o Geppi Cucciari possiamo fare qualcosa di concreto per lei, ma allo stesso tempo non siamo completamente inutili. Perchè parlare, scrivere di qualcuno o qualcosa, soprattutto se lontani, serve a renderli più reali, prossimi, vicini a noi: ci lega a loro, in un certo senso ci rende responsabili, e felici per loro quando tornano a casa.

giovedì 23 febbraio 2012

Napisan, il presidente igienizzante

Luciana Littizzetto lo chiama, affettuosamente, Napisan. Forse perchè è consuetudine igienizzare tutto prima del suo passaggio? Molto interessante quello che è successo a Cagliari in occasione della visita del presidente Napolitano, che pare più il nonno d'Italia che "l'amico dei banchieri". Però i nonni, di solito, elargiscono la paghetta extra ai nipoti, in Sardegna ancora aspettiamo un regolamento di conti (che avete capito? è la vertenza sulle entrate!). E poi, perchè scandalizzarci se il tutto odora un pò di Sudamerica anni 70? che frutti porta, di solito, la visita istituzionale di qualcuno ai confini dell'impero?

venerdì 10 febbraio 2012

Una stanza tutta per sè (ma anche uno sgabuzzino va bene).

"Intellectual freedom depends upon material things. Poetry depends upon intellectual freedom".
 Non è forse vero, infatti, che la libertà di espressione dipende -anche- dal denaro? vogliamo far finta che la necessità del pane non soffochi la fioritura delle rose? in questa serata di piccole libertà-senza cena da preparare, bambini da intrattenere, neanche una conversazione- mi è tornata in mente quella "stanza tutta per sè" di cui parlava Virginia Woolf , in senso spiccatamente femminista, certo. Ora che della coscienza di genere sono piene le fosse e le donne sono tornate indietro di decenni nelle cura vera di se stesse, direi che è meglio abbozzare e lasciar perdere i concetti troppo complicati. Siamo già impegnate, infatti, a sopravvivere a vite che di "stanze per sè" ne hanno poche, un pò per responsabilità propria, individuale, un pò perchè non c'è proprio modo: troppa e troppo grande è l'urgenza, e la preoccupazione, di rincorrere il pane e sacrificare le rose. Più tempo per se stesse, per gli amici o i figli, per scrivere qualcosa, per non sentire l'affanno in tutto, per cucinare qualcosa con piacere, per passeggiare senza guardare l'orologio, fare l'amore quando capita, fare qualcosa che ci piace senza un vero perchè, senza uno scopo puramente materiale, perchè non sono energie sprecate ma linfa vitale, una variante intima e personale della "stanza tutta per sè". Anche se a ben vedere a volte basta anche uno sgabuzzino: due righe scritte in una serata imprevedibilmente libera, una chiacchierata con qualcuno che conosci poco, un pò di silenzio o una mezzoretta di musica in macchina.
Sono tempi difficili, in cui fare o solo pensare di fare una di queste cose sembra una pazzia, e pure da egoista, forze sottratte alla ricerca di lavoro, all'incastro delle corvées quotidiane, agli altri ma mai a noi stesse/i. Ecco perchè il denaro, in un certo senso, libera, compra tempo e possibilità. Ed è curioso che questi pensieri mi siano venuti in mente osservando i miei bambini -loro sì liberi- che dormivano: nella mia stanza tutta per me vorrei comprendere anche un enorme spazio per loro, senza sentirmi tirata da tutte le parti e le noie quotidiane. Che poi, in fondo, sono quello che chiamiamo vivere.

lunedì 6 febbraio 2012

Ma tu che lavoro fai?

A questo punto mi verrebbe da dire “faccio cose, vedo gente”: in realtà sull'ultima carta d'identità, risalente al 2009, ho fatto scrivere “casalinga”. E allora? Era il mio stato di quel momento, diverso da quello di prima e da quello che è venuto dopo, in un andamento altalenante che è tutto tranne che monotono, o forse un po' lo è per chi non si aspetta più nulla di buono da questo mercato del lavoro. Perchè il punto non sono gli sfigati che si laureano tardi (o signor viceministrello, la ghe sono sfigati anche quelli che si laureano in corso e non hanno le conoscenze giuste, sempre il miglior modo per trovare lavoro), e non è nemmeno l'articolo 18 (che viene puntualmente aggirato e quindi mi sa tanto di una paraculata gattopardiana, della serie “è bene che tutto cambi perchè tutto rimanga com'è” o anche viceversa).
Il Rapporto sul mercato del lavoro 2012 in Sardegna (che dovrebbe essere una specie di bibbia per chi poi pensa a Finanziarie, Piani per il lavoro, ammortizzatori sociali, e tutto quello che gira intorno al nervo scoperto dell'occupazione nell'isola, e invece, alla presentazione, di istituzioni si è visto solo il sindaco di Cagliari) mi ha confermato che il mio “fare cose, vedere gente” è piuttosto comune: circa l'80% dei disoccupati in Sardegna ha alle spalle uno o più lavori, contro una percentuale che nel resto del Meridione arriva al 65%. quindi, dai, non mi devo più sentire così strana (per quanto anche un po' figa), visto che sono o sono stata giornalista, impiegata, segretaria, collaboratore editoriale, commessa, operatore Istat; non c'è bisogno che un politico, un sindacalista, uno studioso mi dica che i tempi sono cambiati, perchè presumibilmente nessuno di questi ha sperimentato il co.co.co ma a cottimo, il contratto formazione lavoro, il co.pro, il lavoro in famiglia,la prestazione occasionale, il contratto a tempo determinato e la casalinghitudine forzata. Il tutto senza prospettive di tutele, pensione, stabilità minima (minima!), e con me milioni di persone che sulla carta d'identità, quando era ancora obbligatorio, avrebbero potuto scriverci l'impossibile.
Ecco perchè le parole sono importanti (e più che incazzarci, con questi personaggi al governo, dovremmo fare loro un corso di comunicazione), ed ecco perchè, allo stesso tempo, queste parole non servono più: sappiamo già bene, sulla nostra pelle, che non esiste più “il posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà” (sic!). A quando i fatti?

giovedì 26 gennaio 2012

cinque cose che mi fanno capire che sto invecchiando (male?)

Quando penso che alcuni dei miei amici sono gli stessi da 25 anni ho, come dire, una vertigine: è il senso del tempo che passa (ma a una certa ora è anche la fame, eh). In un mondo per niente fatato dove siamo tutti forever young, la cruda verità è che non lo siamo affatto, non fisicamente né tantomeno spiritualmente, o almeno “dovrebbe” essere così. Sarò una (vecchia” bacchettona, sarà che gli eterni “Peter Pan” mi annoiano e li trovo pure un po' ridicoli. Invecchiare - perchè già dopo i 30, ragazzi e ragazze, dobbiamo scegliere se dedicarci alle zampe di gallina, le cosce modello Permaflex, la pancia che non fa più orsetto tenerone ma bevitore di birra sedentario e in tutto questo cercare di sopravvivere alla vita quotidiana- è così: inevitabile ma non sgradevole. L'ho capito da una serie di cose che mi stavano sulle palle già a vent'anni ma per le quali non avevo la filosofica consapevolezza acquisita con il passare degli anni e la schiena che grida vendetta:

 le maglie corte, che lasciano la pancia scoperta: ho capito che non ha senso vivere a rischio colpo di freddo, oltre al fatto che non si può continuamente tirare giù quella maglietta taglia XXXS che ti sega dappertutto.
 I ritardatari di professione, e la loro versione più evoluta, cioè i pacchisti seriali: della serie “ci becchiamo, facciamo, vediamo”, sempre “verso quest'ora”, “magari mi avvicino”, mentre tu cerchi di incastrare ottomila cose in mezz'ora, fai, disfi, organizzi e soprattutto rispetti, cercando di domare il caos e il nervosismo verso la categoria, così simpaticamente naif.
lo svenimento serale sul divano di casa: finora avevo retto bene, guardando con sottile disprezzo a certe pratiche di relax domestico quali la siesta pomeridiana o il pisolino estemporaneo. Ora come ora darei un braccio per riuscirci volontariamente e dignitosamente, senza sembrare ammalata di narcolessia dalle h.20 in poi.
Non sono più quella buonissima forchetta dei tempi leggendari in cui, a cena con soli maschietti, mangiavo e bevevo quanto loro; ora preferisco conservare la capacità di deambulazione, dopo.
Le scarpe scomode e le borse piccole: fino ai 30 le ho sopportate, poi basta, che cavolo, mica dobbiamo essere schiave della moda, noi donne evolute! (e giù a piangere sulla vita sociale inesistente).

giovedì 24 novembre 2011

Piccole storie di architettura criminale

Quando piove lo skyline di questo quartiere è ancora più triste del solito: al grigio indeciso delle case si somma quello della pioggia e anche quella lettera "A" gigante sul tetto di un palazzo, più che un momento di esaltazione alfabetica per la promozione nella massima serie calcistica, fa malinconia.
Ci ho fatto una breve passeggiata, alle due del pomeriggio: orario di parcheggi deserti, pullman che non passano, bambini da riprendere all'asilo. Ho visto: altarini con la Madonna e i sette nani, altalene in buono stato, bar e panificio con l'insegna dipinta direttamente sul muro, un mare bellissimo a cinquecanto metri di distanza, frasi inneggianti ai facili costumi di tale katia scritti con lo spray a fianco al nido dei miei figli, vicino al quale peraltro qualche sera fa hanno gambizzato un tizio.

E' un quartiere che gli altri cagliaritani, me compresa, probabilmente conoscono poco, o per sentito dire:  sarà mica per qual cavalcavia dell'asse di scorrimento veloce che lo taglia fuori dal resto della città? quando ci si passa sotto per entrare in un quartiere che come tutti gli altri è fatto di palazzi, persone, spiazzi scalcagnati e qualche gioco per bambini qua e là, asilo e scuola e botteghe, sembra di entrare in un'altra città, e forse era proprio questa l'intenzione di chi l'ha progettato. Quartieri "ghetto", li chiamano, ma mica ci sono nati, ghetto. Ci diventano, ovviamente, quando sono lontani dal resto della città conosciuta, ben separati dai parcheggi di uno stadio, abilmente strutturati in palazzoni popolari ormai fatiscenti, quando per arrivare nelle altre zone della città devi cambiare mediamente due pullman, e altri dettagli vari ed eventuali, notati in una passeggiata qualunque lunga nemmeno un chilometro, certo senza bisogno di essere un architetto.

anche se non vuoi (e soprattutto se non puoi)

Set di pentole in ceramica, auto elettrica per bambini, poltrona a sacco e trattamento sbiancante ai denti: guardo le infinite possibilità dello shopping multimediale e mi sento attratta, ammaliata, pure un pò intontita. La batteria di test allergologici, la grattugia con 10 lame che taglia a tocchetti, julienne e chissà cos'altro, le cose più inutili, superflue, ingombranti e pure, alla lunga, un pò stressanti. Mi piacerebbe comprarle tutte, fosse anche solo per sentirmi normale, cioè, semplicemente, in grado di spendere soldi. In tempi di incertezza ho capito questo: che il vero oppio dei popoli, anche a rischio di far ribaltare il caro vecchio Karl nella tomba, non è più la religione ma il consumo, o forse è il consumo che è la vera religione. Insomma, a parte le tristi elucubrazioni: vogliamo ancora comprare, e meno soldi abbiamo più ci rode il non poterlo fare liberamente. Per fortuna ci vengono in soccorso tanti angeli dello sciopping democratico, che ti raggiunge anche se non vuoi, e soprattutto, anche se non puoi. Nel frattempo, i media fanno il loro lavoro, con la notizia del nuovo albergo-spa superlusso di Armani, mentre l'intontimento, lo ammetto, si va trasformando in un serafico allontanamento dalla realtà, sarà anche la fame di quest'ora?. Magari una cena scontata del 77% in un oscuro ristorante di chissàdove potrebbe aiutare, potremmo anche acquistarlo, dopo tutto costa così poco.

mercoledì 2 novembre 2011

Cronache di ordinaria inutilità (ovvero, meglio CSI di un qualsiasi Ballarò).

Il default si avvicina, nonostante i disperati equilibrismi di questo e di quello, e la ggente in fila per comprare l'I-Mink da 700, 800 euro e rotti che li illuda che tutto vada ancora bene (almeno per loro). I crolli della Borsa certificano in maniera evidente anche ai profani che c'è qualcosa che decisamente non va, anche se ce ne eravamo accorti già dalle buste paga mangiate da Equitalia, dal costo degli alimenti, dal miraggio del discount come nuova frontiera del consumo. Nel frattempo, accendo lo strumento diabolico, il vero oppio dei popoli insieme ai cazzilli tecnologici e vedo continuamente delle persone (perlopiù note) discutere della Crisi. Peccato che i vari Rosi Bindi, Massimo Cacciari, gli economisti di ogni orientamento ormai usciti dal cono d'ombra dei grafici e dei conti per entrare nell'occhio di bue dei riflettori, e certi giornalisti con una carriera e una posizione di tutto rispetto, ecco , peccato che questi personaggi siano credibili come Babbo Natale. Con tutto il rispetto, per carità, tutti loro vivono di questo: di parole. il politico, il sindacalista, lo studioso e il giornalista sono semplicemente attori di una sceneggiata che si ripete su tutti i canali, a diversi orari, con alcune variabili, ma senza alcun risultato nè significato. Vuole forse risvegliare le coscienze il dibattito sul ruolo della banche, lo scambio di battute fra la giovane contestatrice con i dreadlocks e il funereo economista?le coscienze di chi, e perchè, se nella vita di ogni giorno tutti ci siamo accorti di quello che succede, e ben prima che lo sviscerassero nel salotto buono?
ma poi, chi ha titolo per spiegarci e/o insegnarci cosa?
Sono l'unica a provare un siderale senso di distacco da queste cose del mondo? forse sono morta, o più realisticamente (perchè la mia emicrania da influenza è qui a testimoniare il contrario) ho raggiunto il punto di non ritorno, di saturazione, di rottura di palle insomma (champagne!). Quando vedrò delle persone normali raccoontare cosa è la loro vita adesso, e come era ieri, e come è arrivata alle difficoltà di oggi, allora riaccenderò certi evitabili e assolutamente  perdibili talk del lunedi, del  martedi, della prima e dlela seconda serata. Fino ad allora, solo CSI o  "Io&Marley" . :)